Michela Conti e Francesca Vidali non avevano nulla in comune. Non una passione, un hobby o un interesse. Francesca aveva studiato per diventare ingegnere gestionale. Michela, invece, aveva studiato all’Accademia delle Belle Arti. Così come Michela è vivace e arguta, Francesca è pacata e riflessiva. Si sono incontrate nella più classica delle situazioni quando tutto si trova “al posto giusto nel momento giusto”. Si sono conosciute, hanno incominciato a parlare, quindi a confrontarsi. Al termine della serata si erano salutate consapevoli che qualcosa era cambiato. Quella sera Michela e Francesca avevano, infatti, messo a dimora il seme dal quale sarebbe germogliato Ugo. L’idea di base era quella di realizzare qualcosa per aiutare il territorio. Era successo un’altra cosa: avevano trovato un punto in comune, il primo.

Era il periodo delle “stragi” del sabato sera: giovani che uscivano ubriachi delle discoteche e si schiantavano. L’intuizione fu quasi immediata. L’articolo 186 del codice della strada spiega che chiunque guidi un veicolo deve essere sobrio anche se esce da una discoteca o da un locale notturno. Così, la sera si usciva senza dimenticare di coinvolgere “l’amico” astemio che avrebbe riportato tutti a casa sani e salvi. C’era comunque una forzatura perché qualcuno si doveva sacrificare per il gruppo. Poi è comparso Ugo, un servizio di driver privati pensato per chi, dopo una serata fuori, avesse bisogno di rientrare a casa in sicurezza. Ugo metteva alla prova la solidità del legame nato tra Michela e Francesca. Tutte e due non aspiravano ad un servizio “taxi” seppur innovativo. Ugo doveva essere di più, doveva essere un ponte tra le persone dove a fare la differenza è il modo in cui ci si rapporta agli altri, il modo in cui ci si prende cura delle persone.

Il servizio era pensato per accompagnare, sì, ma anche per comprendere e supportare, per adattarsi al ritmo e alla voce di chi ha bisogno. Per questo, chi lavora per Ugo viene selezionato innanzitutto per la capacità di ascolto, di empatia e di relazione. Al centro dell’identità di Ugo, infatti, non ci sono numeri, ma volti.

Questa visione si rifà a una definizione di umanità formulata dallo psicologo Bowlby negli anni ’20 del secolo scorso: “essere disponibili quando richiesto e intervenire in modo ragionevole quando chi abbiamo accanto è in difficoltà”. È un principio che in Ugo si traduce in prassi quotidiana. L’umanità non è uno slogan, ma una pratica: presenza, ascolto, cura.

Essere con la cosa giusta nel momento giusto

Il Comune di Milano stava affrontando un problema socio economico delicato. La popolazione della capitale meneghina stava invecchiando e il servizio di assistenza agli anziani del Comune cominciava a mostrare la corda. Assisterle cominciava a diventare un problema. Per ridurre l’impatto del problema il Comune di Milano aveva cominciato a monitorare le organizzazioni del terzo settore per cercare dei partner che contribuissero a mantenere produttivo il servizio. Quello era anche il momento in cui Ugo cominciava ad imporsi grazie alla dedizione delle persone che vi lavoravano.

Il servizio richiesto dal Comune richiedeva competenza, ma soprattutto delicatezza, rispetto e pazienza. Valori che erano già profondamente radicati in Ugo che diventava così il partner di Palazzo Marino.

Quello è stato il vero battesimo di Ugo, il momento in cui è stato chiaro che il cuore dell’azienda sarebbe stato prima umano e poi tecnologico. I valori di Ugo, trasparenza, rispetto, responsabilità, coraggio e umiltà sono vissuti nella quotidianità. Non restano sulle slide aziendali, si vedono nei volti dei collaboratori, nelle scelte etiche, nella cura verso i clienti e verso la comunità.

L’umanità in Ugo non è elemento accessorio, è la struttura stessa del progetto. Ed è proprio questa scelta, coraggiosa e visionaria, che rende Ugo un esempio di come si possa fare impresa senza perdere il contatto con ciò che ci rende umani. Ma quello che testimoniano Michela e Francesca è come la fusione delle esperienze sia alla base dell’innovazione sociale.

Leggi la seconda parte dell’articolo. “Ugo, essere una azienda umana senza saperlo (parte 2)”